mercoledì 2 novembre 2011

RICORDANDO...






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RICORDANDO...
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4 NOVEMBRE 1921-4 NOVEMBRE 2011
“IL VIAGGIO DELL’EROE”
90° ANNIVERSARIO
DELLA TRASLAZIONE
DEL MILITE IGNOTO
DA AQUILEIA A ROMA
E
89° ANNIVERSARIO
DELL’INAUGURAZIONE DEL MONUMENTO AI CADUTI
DI CALTANISSETTA
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Le foto sono di Giuseppe Castelli, le cartoline sono tratte dalla mia collezione.


Testata La Domenica del Corriere
Origine Milano - Italia
Data di pubblicazione 6 novembre 1921

PER L'APOTEOSI DEL 4 NOVEMBRE A ROMA. NELLA BASILICA DI AQUILEJA: UNA MADRE TRIESTINA SCEGLIE, TRA LA VIVA COMMOZIONE DEGLI ASTANTI, LA SALMA DEL SOLDATO IGNOTO


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Giuseppe Saggio
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Mi auguro che anche Caltanissetta si unisca a quell’ abbraccio collettivo al Milite Ignoto,  che si sta rievocando con il “Viaggio dell’Eroe”. Un treno speciale che ripercorrerà il percorso che 90 anni fa portò il corpo del milite ignoto a Roma
Dopo la 1^ Guerra Mondiale, le Nazioni che vi avevano partecipato vollero onorare i sacrifici e gli eroismi delle collettività nella salma di un anonimo combattente caduto con le armi in pugno. L'idea di onorare una salma sconosciuta risale in Italia al 1920 e fu propugnata dal Generale Giulio Douhet. Il relativo disegno di legge fu presentato alla camera italiana nel 1921. Approvata la legge, il Ministero della guerra diede incarico ad una commissione che esplorò attentamente tutti i luoghi nei quali si era combattuto, dal Carso agli Altipiani, dalle foci del Piave al Montello; e l'opera fu condotta in modo che fra i resti raccolti ve ne potessero anche essere di reparti di sbarco della Marina. Fu scelta una salma per ognuna delle seguenti zone: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, tratto da Castagnevizza al mare. Le undici salme, una sola delle quali sarebbe stata tumulata a Roma al Vittoriano, ebbero ricovero, in un primo tempo, a Gorizia, da dove furono poi trasportate nella Basilica di Aquileia il 28 ottobre 1921. Qui si procedette alla scelta della salma destinata a rappresentare il sacrificio di seicentomila italiani. La scelta fu fatta da una popolana, Maria Bergamas di Trieste, il cui figlio Antonio aveva disertato dall'esercito austriaco per arruolarsi nelle file italiane, ed era caduto in combattimento senza che il suo corpo potesse essere identificato.
Si dice che doveva essere una nobildonna di Udine a scegliere la salma, alla quale anche a lei era morto un figlio, ma  il ministro decise invece che fosse una popolana.
Secondo una testimonianza dell’epoca, davanti alla prima bara Maria Bergamas ebbe un mancamento e fu sorretta dalle quattro medaglie d’oro che l’accompagnavano nella scelta. Davanti alla seconda ripresasi, alzò il braccio e vi depose il suo velo nero da lutto.
Una cronista presente alla cerimonia così descrisse la triste scena: “La donna s’inginocchiò in preghiera…, lasciata sola parve per un momento smarrita…, teneva una mano stretta al cuore mentre con l’altra si stringeva nervosamente le guance. Poi sollevando in atto di invocazione gli occhi verso le imponenti navate, parve da Dio attendere che Ei designasse una bara. Con gli occhi sbarrati, fissi verso i feretri, in uno sguardo intenso, tremante, incominciò il suo cammino. Così … trattenendo il respiro, giunse alla penultima, davanti alla quale, oscillando sul corpo e lanciando un grido acuto, chiamò per nome il suo figliolo, si piegò e cadde prostrata ed ansimando in ginocchio abbracciando quel feretro. Il Milite Ignoto era stato scelto”
Maria Bergamas morì nel 1952 e le sue spoglie, il 4 novemmbre del 1954 furono tumulate a fianco di quelle dei Militi ignoti del Cimitero degli Eroi di Aquileia. Fu quella l’ultima sepoltura avvenuta in quel Cimitero.

La bara prescelta fu collocata sull'affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore e più volte feriti, fu deposta in un carro ferroviario appositamente disegnato. Le altre dieci salme rimaste ad Aquileia furono tumulate nel cimitero di guerra che circonda il tempio romano. Il viaggio si compì sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma a velocità moderatissima in modo che presso ciascuna stazione la popolazione ebbe modo di onorare il caduto simbolo. La cerimonia ebbe il suo epilogo nella capitale. Tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei caduti, con il Re in testa, e le bandiere di tutti i reggimenti mossero incontro al Milite Ignoto, che da un gruppo di decorati di medaglia d'oro fu portato a S. Maria degli Angeli. Il 4 novembre 1921 il Milite Ignoto veniva tumulato nel sacello posto sull'Altare della Patria. Al Milite Ignoto fu concessa la medaglia d'oro con questa motivazione: "Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria."
Il 4 novembre del 1921 la salma scelta fu tumulata nel sacello del “Vittoriano”, monumento, ancora incompleto, che si stava costruendo in onore del Re Vittorio Emanuele II, che d’allora diventò anche “L’altare della Patria”
Dopo questo evento ogni città costruì un monumento a ricordo dei caduti di tutte le guerre

Così anche Caltanissetta un anno dopo onora i suoi figli morti per l’Italia inaugurando il 16 dicembre 1922 il monumento ai caduti (in un primo momento, la data era stata fissata per il 24 maggio 1822, in concomitanza della 1 coppa nissena di automobilismo)
Un apposito comitato esecutivo, indisse un concorso pubblico per la realizzazione del monumento e fra trenta concorrenti la scelta cadde sul giovane  scultore palermitano ventiquattrenne Cosimo Sorgi che con la collaborazione del padre Francesco  realizza la statua e la fusione nel bronzo del nemico avverrà nella fonderia Laganà di Napoli .
            “..Ben a ragione dunque in ogni canto d’Italia sorgono i monumenti per i caduti in guerra; ben a ragione Caltanissetta, prima fra le città capo provincia ad idearlo, ha innalzato e consacra oggi ai suoi figli eroicamente caduti questo monumento che, insieme al nisseno, esalta il soldato italiano – quel soldato che, solo fra la razza latina, seppe personificare l’ardire, la costanza e il genio latino.”..da l’orazione inaugurale di Gaetano Loria.
Il monumento ai caduti  per la patria fu collocato al centro di  uno spazio collaterale e parallelo al viale regina Margherita che fu chiamato viale delle Rimembranze, costruito su un terrapieno che ha ostruito e cancellato le trazzere che collegavano la strada di Pietraperzia (oggi via Niscemi) con la strada superiore  lo stradone dei Cappuccini, che accedeva alla chiesa e al convento (chiesa dell’assunta e ex ospedadale) che proseguiva per Girgenti.

Il viale nasce in onore dei trecento militi, di ogni grado,  con quattro filari formati  da trecento alberi, nello spazio compreso tra il seminario vescovile e la chiesa di S. Giuseppe di fuori.
Ogni alberello era sostenuto da tre assi di legno, assemblati a tripode, ognuna delle quali era dipinta di bianco rosso e verde, sopra  ognuno dei quali era posta una targa di smalto con i dati a ricordo degli altrettanti soldati caduti,
Questa è un’idea lanciata in campo nazionale dall’on. Lupi, sottosegretario di stato per ricordare i caduti del conflitto consumatosi pochi anni prima.
  Il viale verrà inaugurato un anno dopo, la mattina del 20 maggio del 1923 dallo stesso on. Lupi.
 Man mano che gli alberi andavano crescendo , sia le assi che le targhe sono sparite. Poi lo stesso viale sparisce prima con la realizzazione del palazzo del Fascio nel 1936 (oggi palazzo dell’i Uffico delle entrate), che occupa la metà a monte fino al monumento, il resto scomparirà lentamente  per dar posto a spiazzi utilizzati, come campetti, per le giostre (quando la fiera di S. Michele occupava l’intero viale-la parte iniziale in discesa ospitava la parte merceologica con baracche e dall’inizio della villa fino alla rotonda il luna park) poi occupati e coperti da tendoni  che ospitano mostre ed eventi temporanei …e ora dai resti che non vengono rimossi.
  Negli anni cinquanta, con la demolizione della chiesa di S. Giuseppe di fuori, la parte terminale verrà sacrificata per consentire la costruzione del "Palazzo del Mutilato".
 Nel 1965 il….. trasferimento inspiegabile  del monumento- per una sistemazione  più scenografica e “monumentale”, collocandola su un nuovo stilobate preceduto da ampia ed alta scalinata  alla “rotonda” (rimasto incompiuto e ricettacolo  di….) diventando così il nuovo fondale, che la ostruisce e la occlude.
Al centro
 Il monumento in bronzo, opera dello scultore palermitano Cosimo Sorgi con la collaborazione del padre Francesco, fu inaugurato solennemente il 16 dicembre 1922 con la benedizione impartita dal vescovo mons. Giovani Iacono.
  Il monumento fuso nel bronzo del nemico, mentre il piedistallo in marmo di Biliemi rappresenta un’“ara”, simbolo di sacrificio, tutto alto circa m. 10,00
  Sulle lapidi risultano  sul fronte NISSA MADRE e incisi i nomi dei 300 gloriosi caduti.
 Durante l'inaugurazione del monumento il cerimoniale vede riuniti nell’imbandierato viale margherita, le famiglie dei caduti, gli invalidi di guerra, i mutilati e i decorati, le autorità, la truppa, le associazioni, le scolaresche. 
  Le salve di cannone dalla villa Amedeo scandiscono le frasi del cerimoniale che si apre con la benedizione della statua da parte del vescovo Iacono, per proseguire con la “chiamata”, fatta da un grande invalido, dei 300 eroi e, a ciascun nome, un gruppo d’onore – composto dalla madre di un caduto, da un mutilato e da un decorato- risponde “presente”.
           

Trascrivo il  contenuto scritto dai Sorgi in una cartolina postale, tratto dalla mia collezione, usata come bigliettino indirizzata ad un componente del Comitato:
la cartolina ha l’intestazione:

Cav. Uff. Francesco Sorgi
  SCULTORE
    ---------------------------
Studio:  via  Maqueda, 84.
 Palermo, 13-12-922

Sig./ Carissimo Amico Cav, Costa
Ieri abbiamo ricevuto le
due medaglie ed abbiamo
già provveduto per l’iscrizione
della data 16 -12- 1922.
Le riporteremo con la
nostra venuta di venerdì
p.v.
In questi giorni ci siamo
occupati di certe cose
che le faranno piacere
a sentirle ma avendo
molto da dire e considerando
il suo gran lavoro e quello
del Carissimo Presidente,
per non distrarci ci
riserbiamo di comunicarmele
            /
con la nostra venuta
Saluti distinti e
Arrivederci
            Fran. e C. Sorgi

   Da sopra l’ara in pietra di Biliemi, le “fiamme” del sacrificio,  si avviluppano come in un mulinello dal quale  si formano gradatamente due personaggi:  sotto un uomo  il “caduto”, che da in olocausto la propria vita a quella donna con atteggiamento austero che lo sovrasta e verso la quale è proteso,“l’Italia” raffigurata con il peplo e con la testa coperta dall’elmetto fregiato della corona d’alloro e di quercia; Essa con la destra regge il libro della storia e la palma della pace, imbraccia la Bandiera che avvolge il corpo del “caduto” e che a sua volta con forza la stringe al petto.

“Il gruppo, ancor grezzo, più che il materiale accoppiamento di figure, è una “visione”.
Dalla fiamma di un’ara si eleva la Patria, l’Italia dall’elmetto infiorato, l’Italia combattente e combattuta, l’Italia  che ha infrante le catene del servilismo secolare.
            Austeramente, col braccio in avanti, in un atteggiamento di fierezza, dolcemente dignitosa, con l’indice in basso Ella ammonisce ed esalta lo spirito del soldato morto che sale verso di Lei, misticamente puro, beato, sorridente del suo sacrificio.
            Accanto alla perfezione greca di fattura della statua dell’Italia, il tecnicismo impetuoso e istintivo del Caduto è tranquillamente estetico.
            Nel volto, transifigurato ed inspirato di quest’ultimo, vi è tutta l’epopea della guerra, intesa nel suo più elevato concetto, nella sua altissima idealità.
            È il fantaccino oscuro ed eroe, è il senza- none, è il senza grado: è il grido dolorante di mille madri, di mille spose, è l’olocausto civilmente spartano, è la offerta muta silenziosa, l’offerta che non ha limiti e che non ha medaglia.
            Sono tutti martiri di fatto e non se non di parole, sono quelli che sono morti in silenzio, con una dolcezza nel cuore e con un pensiero nel cervello.
            È l’anima di Oberdan e di Battisti, è l’italianità Italiana.
            Concezione sublime dunque, sublime in essenza ed in opera.
            Si può, quasi sempre, nel marmo o nel bronzo, profanare l’Idea, ma si può pure esternarla e tramandarla ai posteri che ne sentiranno il verbo e che apprenderanno come si muore per la libertà.
            Ma l’Italia del Sorgi, oltre ad ammonire i posteri, ammonisce quelli di oggi: che hanno bivaccato sul sangue dei fratelli, che hanno insaccato il loro lurido adipe di maiale immondi.
            E nell’ammonimento è il concetto della Patria sicura che accoglie, fra le sue braccia di madre tenera, i figli che hanno donato il fiore della giovinezza.
            E lo spirito attende il bacio di suprema riconoscenza, lo attende con le labbra atteggiate ad un sorriso di attesa ansiosa, nel volto sublime ed infinito.
            Questo il monumento del Sorgi.
Da "Il monumento ai caduti di Caltanissetta."  di Roberto Minervini 

1 commento:

Claudio Giordano ha detto...

Con la superficialità tipica di chi non ha mai tempo per fare, e, ancora meno, ha tempo per imparare; attraverso questa narrazione sto cercando di conoscere fatti e storia di una cultura che radicalmente mi appartiene. Attendo con ansia di leggere e conoscerne di nuove sulla città in cui vivo, e, con senso di stima ringrazio l'architetto per il prezioso contributo, che più di ogni altro oggi,legato al valoroso monumento del "MILITE IGNOTO", sul quale con dignitoso orgoglio ogni anno il 4 Novembre viene deposta una corona di alloro. Per amore della Patria, molti figli hanno riposto il fiore della giovinezza nelle braccia amorevoli di una madre che, teneramente li ha accolti, conscia che per l'ideale non hanno rinunciato al sacrificio della propria vita. Grazie grazie e ancora grazie architetto per aver dosato preziose pillole di saggezza e di valori, legati alla cultura di un popolo che, con arroganza ed indifferenza sbandiera la propria ignoranza

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