giovedì 5 luglio 2012

CALATANIXECTA SERVANDA EST 4^ parte



CALATANIXECTA
SERVANDA EST
(Caltanissetta deve essere salvata)

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MULINO- PASTIFICIO F.LLI SALVATI:
IL PRIMO E … L’ULTIMO


lA Torre fenicia o
 mulino persiano
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QUANDO CALTANISSETTA……….
SI AVVIAVA AD DIVENIRE CITTA’ INDUSTRIALE,
COME ACCADEVA IN TUTTO IL REGNO DELLE DUE SICILIE, ADOTTANDO TUTTE LE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE DEL TEMPO.
PREMESSE QUESTE AVVIATE CON SUCCESSO IN PERIODO BORBONICO E………ANDATE AVANTI PER FORZA D’INERZIA … E  MAN MANO SCEMATE CON L’UNITA’ D’ITALIA ……. FINO……… A SPARIRE DEL TUTTO CON LA REPUBBLICA
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Giuseppe Saggio
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4^ PARTE



Mi scuso,  ancora una volta per il ritardo per questo nuovo appuntamento, dovuto sempre per motivi tecnici e o per la mia scarsa dimestichezza con questo tipo di attrezzature , spero di darvi altre notizie al più presto.
Le foto sono di Giuseppe Castelli, le cartoline sono tratte dalla mia collezione.







Leggendo la rivista ARCHEO ATTUALITA’ DEL PASSATO n. 323 di gennaio 2012, mi è capitato l’articolo di archeotecnologia: Quando il mulino portava l’acqua, di Flavio Russo, ho riscontrato diverse similitudine con quella che ho chiamato “la torre colombaia” dell’ex mulino Salvati, che ho individuato che per alcuni particolari costruttivi, per quello che ho potuto osservare, l’ho datata tra il XII e il XIV sec.

Dopo la lettura del detto articolo, la datazione deve essere anticipata di diversi secoli, e precisamente  intorno al IX- VIII sec.  o addirittura anche prima.

Infatti confrontando i disegni delle planimetrie, delle sezioni, e della ricostruzione virtuale assonometrica, sono evidenti le analogie:

·         l’apertura verticale, larga poco meno del raggio del cerchio iscritto al quadrato della torre, dalla quale entra il vento che fa girare la girante a vele.

·         la presenza di un altro vano attiguo al primo con le stesse misure.

·         La presenza di un albero centrale in legno, trasformato o realizzato ex novo per la scala a chiocciola

Nella nostra torre:

·         L’apertura verticale è stata “recentemente occlusa”, lasciando liberi solo lo spazio per le finestre, mentre l’apertura opposta (oggi non più visibile) è stata occlusa dalla costruzione degli appartamenti del nuovo mulino.

·         Il vano attiguo è stato trasformato in stanze dove sono stati allocati i servizi (cucina, bagno,..) e l’apertura verticale coincide con la zona a colombage e le relative aperture.

·         Nel primo vano si trova una scala a chiocciola con albero centrale in legno (utilizzando il perno del mulino originale?).

Non siamo in grado di stabilire come funzionasse il mulino antico, e come facessero a girare le macine, considerato che il torrente non è-ra ricco d’acqua, se non nel periodo invernale e specialmente durante i temporali, ma durante la bella stagione come facevano?  Molto probabilmente veniva usata la forza del vento. Molti indizi mi inducono a pensare che un particolare ingranaggio a trazione eolica ad asse e pale verticali, muovesse le macine senza la forza dell’acqua, anzi riusciva a sollevare anche la poca acqua residua e stagnante nel letto del torrente per motivi irrigui.

La forma della torre è simile ai mulini afgano o persiano che dir si voglia.

Di straordinaria semplicità, non richiedeva  venti forti e costanti, in quanto poteva funzionare anche con lievi e mutevoli brezze,

il meccanismo lo possiamo immaginare simile ad una sorta di giostra di pertiche legate tra di loro ed intorno ad un albero verticale centrale. 

Confronto tra il disegno di un antico mulino persiano ( databile ad oltre 1500 anni fa e la ricostruzione che spiega la struttura di un mulino a vento persiano o fenicio. Si nota la struttura leggera della pala e la struttura di accesso del vento studiata per favorire una migliore efficienza.



 trascrivo integralmente l'articolo citato: 
Quando il vento portava l’acqua    di Flavio Russo

L’uomo imparò a sfruttare la forza delle correnti atmosferiche da tempo molto remoti, come dimostra, innanzitutto, l’elaborazione delle vele per la propulsione delle imbarcazioni. Un’applicazione che ebbe molti “figli”, tra cui il mulino, uno strumento diffuso già al tempo del grande Hammurabi.

Sebbene si sia portati a collocare l’avvento del mulino eolico nel XII secolo, sui verdi prati olandesi per drenare l’acqua, reputandolo perciò di gran lunga più recente di quello idraulico, la sua antecedenza, invece risulta più remota. Dal punto di vista cronologico, infatti, la girante posta in rotazione dal vento debutto alle soglie della storia in Mesopotamia, dove, paradossalmente, non fu impiegata per prosciugare i terreni, ma per irrigarli.
Alle spalle dell’invenzione c’è la vela, nella sua connotazione più arcaica: una stuoia di canne, fissata a un pennone orizzontale sospeso a un albero, mantenuto a squadro rispetto alla chiglia mediante varie funi, per sfruttare in pieno il classico vento in poppa. Progresso nautico che si reputa compiuto tra il VI e il IV millennio a. C., sebbene trovi riscontro esplicito solo dagli inizi del II in alcune raffigurazioni egizie.
Sostanzialmente coevo è l’utilizzo di analoghe vele a scopo irriguo, come forse propose, e parzialmente attuò il grande Hammurabi, che regnò tra il 1792 e il 1750 a. C., avendo constatato l’esiguità del dislivello tra il Tigri e l’Eufrate e i campi circostanti e la rilevanza dei venti dominanti. Traccia di tale iniziativa si ravvisa già nel preambolo del suo codice, in cui si vanta di essere: “il signore che ha decretato nuova vita per Uruk, portando acque abbondanti ai suoi abitanti.
A chi ruba la ruota…
Hammurabi, naturalmente, non si riferiva soltanto all’acqua da bere, ma a quella per irrigare, che rozze macchine sollevavano dai canali riversandola nei campi coltivati. Gli eventuali dubbi sulla loro esistenza sono fugati dalla norma 259 dello stesso codice, che così recita: “qualora qualcuno rubi una ruota per l’acqua del campo, pagherà cinque sicli in denaro al proprietario”.
Che non si tratti di un semplice shaduf, ma di un congegno rotante lo conferma la norma 260, che così prescrive: “se qualcuno rubi uno shaduf (usato per trarre acqua dal fiume o dal canale) o un aratro/ pagherà tre sicli in denaro”. Sia per la contiguità delle norme, sia per la divaricazione delle penali, sembra dunque logico concludere che ruota per l’acqua e shaduf fossere diversi, inducendo a ravvisare nella prima un archetipo della coclea attribuita ad Archimede, notoriamente già impiegata lungo il Nilo intorno al VII secolo a. C., dove peraltro lo è ancora.
Una pompa idraulica ideale in Mesopotamia, poiché poteva assicurare con poco sforzo una portata cospigua con scarsa prevalenza: fondamentale la prima, dato che occorreva molta acqua per l’irrigazione, compatibile la seconda per la ricordata esiguità del dislivello tra fiumi e campi.

Semplice, ma efficace.
Non siamo in grado di stabilire quale fosse il congegno eolico destinato a far girare le ruote di Hammurabi, di certo sappiamo che in quella stessa regione, proprio intorno al VII secolo a. C., comparve una singolare girante eolica di razionale concezione, che per la storia è il più arcaico motore primario. Vari indizi inducono a crederla simile agli appena più recenti mulini eolici cinesi ad asse e pali verticali, per uso irriguo. Di straordinaria semplicità, non richiede venti forti e costanti, in quanto può funzionare anche con lievi e mutevoli brezze, e la si deve immaginare simile a una sorta di giostra di pertiche legate fra loro e intorno a un albero verticale centrale.
In dettaglio, due telai orizzontali uguali, superiore e inferiore, di otto o sei lati, di 3-4 m. circa ciascuno: da ogni loro spigolo partono un listello radiale, che va a incastrarsi nell’albero, e dei montanti verticali, di 3 m. circa, che uniscono i telai. A ogni montante è fissata una stuoia, in grado di orientarsi, così da offrire da un lato la massima resistenza aerodinamica e la minima di quello opposto, grazie alla disposizione obliqua delle pertiche del telai inferiore, che gli impediva di disporsi come altrettante banderuole nel vento, annullandone la spinta.
Col tempo, per incrementare la robustezza, si costruiranno giranti di diametro via via minore e vele di altezza sempre maggiore, finendo per innestarle direttamente all’albero. Questo divenne così il rotore di un’antesignana turbina, che lasciava esposte al vento solo poche pale, mediante una stretta e lunga feritoia lasciata nella torre che lo conteneva, tecnicamente definito statore, criterio informatore tutt’ora adottato per convogliare il fluido sulle pale delle turbine.
 Emblematicamente si rintracciano nel sancrito l’aggettivo tur-as e il verbo tur-ami col significto rispettivo di “veloce” e di “affrettarsi”. Implicito il senso dinamico della radice tur, recuperata dal latino prima e dall’italiano poi, acquistando un significato più specifico di moto veloce e verticoso, quindi rotatorio, precipuo dei cicloni o dei gorghi: turbine, tornado, perturbazione e, per analogia figurata turbamento come improvviso e radiale cambiamento dello stato d’animo. Ma anche turbante, per la striscia di tessuto fatta girare intorno al capo.
L’archetipo dell’ampia famiglia di mulini ad asse verticale, il mulino afgano o persiano che dir si voglia, consta di un albero munito di varie stuoie a raggiera fungenti da pale, alle cui estremità inferiore è incastrata e resa solidale una macina orizzontale di pietra, posta sopra un’altra identica fissa.
Otto ali e due pilastri.
La rozza girante sta inserita in un apposito edificio, sulla cui sommità due travi ravvicinate originano un rudimentale ceppo, per l’estremità superiore dell’albero, garantendone l’assetto verticale e la rotazione. Un’antichissima fonte così li descriveva: “Hanno otto ali e stanno dietro due pilastri tra i quali il vento deve spingere un cuneo. Le ali sono montate verticalmente su un palo verticale la cui estremità inferiore muove una macina che ruota sopra un’altra sottostante”.

I pilastri formano, in realtà l’accennata fessura, larga poco meno della stuoia, ma di pari altezza, attraverso cui penetra il vento, tra quelle vallate di direzione costante, gran parte dell’anno. Un’altra fonte più recente, infatti, precisa che “nell’Afghanistan tutti i mulini a vento (…) sono mossi dal vento del nord e quindi orientati in questa direzione. Tale vento è molto costante in quel paese e soffia con maggior costanza e più forza durante l’estate. Applicate ai mulini a vento vi sono delle file di persiane che vengono chiuse o aperte per trattenere o immettere il vento. Infatti se questo è troppo forte la farina brucia e diventa nera e la stessa macina può surriscaldarsi e guastarsi”.
Il descritto mulino eolico a orientamento fisso, non si avvaleva di alcun cinematismo, né di alcun riduttore di giri, peculiarità che, nonostante l’infimo l’infimo rendimento, ne spiega l’eccezionale longevità, forse la maggiore nell’ambito della storia tecnologia.
I mulini eolici occidentali hanno la girante ad asse orizzontale o lievemente obliquo, con un evidente vantaggio energetico; essendo infatti, tutte le pale investite insieme dal vento imprimono tutte un’identica spinta sull’albero, la cui somma determina una resa di gran lunga superiore all’afgano. A differenza di quest’ultimo, però, proprio per poter essere sempre esposta in favore del vento che soffia di volta in volta, tale girante ha bisogno di essere orientata, a mano o con un organo meccanico detto timone, in sostanza un’enorme bandoliera.
La trasformazione, che anche in questo caso rimonta all’antichità, trova esplicita menzione in un trattato di Erone (I secolo d. C.), e, per la sua indubbia autorità assume, valore dirimente. Descrivendo il suo organo pneumatico, si sofferma sulla ruota a palette impegnata per produrre l’aria compressa necessaria al suo funzionamento, simile a quella di un’odierna elettroventola. Per lui, però, somigliava a un anemourion, una macchina ritenuta talmente nota ai suoi lettori, da non richiedere ilteriori spiegazioni: per noi, invece, solo l’etimologia ci è di aiuto per identificarla e, riconoscendosi nel vocabolo la parola “vento”, il suo senso complessivo era di una macchina azionata dal vento, forse un mulino ad asse orizzontale.
Volendo fugare ogni dubbio, non fosse altro per la rilevanza che la girante eolica riveste nella storia della tecnologia, il brano di Erone è inequivocabile quanto precisa che quella piccola girante ha “ali simili a quelle dei mulini a vento. Quando queste ali, mosse dal vento, fanno girare il disco F, anche l’asse gira (…). Si piò spostare il basamento che sostiene l’asse in modo di approfittare sempre del vento dominante per produrre così un movimento di rotazione più rapido e continuo”. La necessità di orientamento l’asse della girante per poter sfruttare il vento del momento, ribadendo che l’anemourion fosse una girante eolica, fa escludere però che lo fosse di tipo afgano, incongruo per tale spostamento.

Mulino Fenicio sta per orientale e ancora una volta ci troviamo a sottolineare una caratteristica “saracena”. Il mulino è infatti chiamato “fenicio” per una particolare tecnica di costruzione che sarebbe stata ideata nell’antica terra dei Fenici, nel Medio Oriente e introdotta successivamente per contatto ed imitazione in Spagna e in Italia. Per quanto ci è dato sapere, sono rimasti soltanto altri due esempi di tali mulini in Europa, uno appunto in Spagna, l’altro in Sicilia; dei quali non è dato sapere l'ubicazione ma che dicono entrambi in rovina, un'altro si trova in Liguria a Verezzi, in provincia di Savona, che è cilindrico ed esternamente è in buono stato. è in buono stato.

La particolarità di questo tipo di mulino a vento consiste nell’avere le pali motrici non all’esterno, ma all’interno della torre, così da poter funzionare con qualsiasi vento, che potesse penetrare attraverso l'asola che lo incanalava verso le pale predisposte per quella determinata direzione, in modo che il congegno molitorio potesse funzionare sempre e comunque; a meno che non ci fosse calma assoluta.

Il mulino era dotato, come già detto di asole, feritoie costruiti in modo tale da convogliare l’aria all’interno dove le pale rotanti erano vele di tela robusta o di pelli., o stuoie di canne legate fra loro, con la stessa tecnica delle vele quadre delle primitive imbarcazioni, fissate ad un pennone superiore sostenuto da una fune che consentiva l'orientamento
  Le aperture delle finestre erano opportunamente regolate in modo da ottenere il migliore rendimento del mulino.
sezione esplicativa di un mulino fenicio

schema planimetrico esplicativo del funzionamento delle pale del mulino

 Tale strategia permetteva un funzionamento costante del mulino, considerando che difficilmente a Caltanissetta, e in particolare nella zona di Sallemi, vi è assenza assoluta di vento. A questo punto questa torre è da considerare un unicum assoluto in quanto oltre alla colombaia, (già unicum) è anche l'unica testimonianza del cosiddetto mulino fenicio, risulta il meglio conservato tra i pochi altri dello stesso tipo che, attualmente, ancora esistono in Europa.

Non capisco perchè ancora la Soprintendenza e gli organi competenti non siano intervenuti a bloccare i lavori, vincolarlo, per evitare lo scempio, purtroppo già in corso, della demolizione di una parte del mulino e la costruzione di un nuovo palazzo, con molti interrogativi sulla legittimità, come ampiamente descritto e dimostrato nelle parti precedenti.

continua.


2 commenti:

claudio.gio61@libero.it ha detto...

Come sempre caro architetto apprezzo molto quanto letto, ma sono deluso di sapere che in Italia esistevano due mulini fenici di cui uno a Verezze(Liguria) e l'altro a Caltanissetta (Sicilia). Ho cercato Verezze su google, ed ho appreso che per i Liguri quella costruzione è di grande valore storico:( Presso Crosa esiste una costruzione di grande valore storico, il "mulino fenicio". Fenicio perché si basa su una tecnica che pare di origine medio orientale, introdotta poi in Italia meridionale e in Spagna.In Europa esistono solo altri due esempi di mulini, uno in Sicilia e uno in Spagna; dei tre, quello di Verezzi è il meglio conservato. La particolarità di questi mulini a vento è che le pale non erano all'esterno, ma all'interno del torrione, poste in prossimità di feritoie aperte con lo scopo di convogliare l'aria verso le pale).E'assurdo scoprire di avere delle opere d'arte a casa propria e non essere in grado di farle valorizzare, di risvegliare l'interesse di evitarne la distruzione... sono deluso di vivere in una città di ignoranti come la nostra.

Giuseppe Saggio ha detto...

caro claudio ho letto il tuo commento, e capisci che la mia delusione è ancora più grande considerato, come ben sai di cercare di salvare il monumento nella sua totalità. Non è stato possibile, malgrado gli imbrogli siano palesi la soprintendenza e gli altri organi istituzionali e giudiziari hanno e continua a fare orecchie da mercanti. Questa torre fenicia non è quella che viene indicata leggendo Verazze, bensì è la seconda in sicilia, perchè come detto la prima non so dove sia e in quale condizioni.questa è una città che continua a lamentarsi perchè, secondo ...., non c'è niente, e si mette non i prosciutti sugli occhi ma l'intero bove. Non vuol vedere, gli interessi debbono essere di altro tipo e nessuno deve scardinarli. ciao avremo modo di parlare a quattrocchì

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